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San Francesco

A chi non piacerebbe essere un gran cavaliere?
Nella sua giovinezza, Francesco non sogna altra cosa:
essere il più grande, il più potente, il più ammirato.

Gli sembra di avere tutte le risposte, fino a che un giorno si trova di fronte alla guerra e sperimenta la sofferenza e l’ombra della morte. I sogni si trasformano in incubi. Cade prigioniero nella battaglia di Collestrada e, nel carcere di Perugia, scopre che il mondo non è come egli pensa. All’esperienza del carcere seguono la malattia, la crisi e la perdita di significato: davanti agli occhi gli si prospettano soltanto conflitti e nemici, frammenti di un mondo infranto. Si sente perduto. (RFCap.5)
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San Francesco

E il Signore mi dette tale fede nelle chiese che io così semplicemente pregavo e dicevo… “Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo.”
Francesco nacque ad Assisi nel 1182, da Pietro di Bernardone, ricco mercante di stoffe preziose, e da Madonna Pica; la madre gli mise nome Giovanni; ma, tornato il padre dal suo viaggio in Francia, cominciò a chiamare il figlio Francesco (FF 1395). In gioventù Francesco fu attratto dall’ideale cavalleresco e dalle ambizioni del proprio ceto di borghesia in ascesa.

Chi è Francecso d'Asissi

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Nel 1202 partecipò alla scontro di Collestrada tra gli abitanti di Assisi e gli homines populi e i perugini e i bono homines fuoriuscito da Assisi. Assisi ebbe la peggio e Francesco fu fatto prigioniero con molti suoi concittadini e condotto in prigione a Perugia. Al raggiungimento della pace tra Assisi e Perugia, Francesco e i suoi compagni di prigionia furono liberati (FF 1398).
Il giovane figlio di Bernardone decide di dare corso al suo sogno di diventare “cavaliere” (miles). Nel 1205 si unisce al conte Gentile, che partiva per la Puglia, per essere da lui creato cavaliere (FF 1491). È a questo punto della vita di Francesco che iniziano i segni premonitori di un destino diverso da quello che lui aveva sognato.
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Mentre era in viaggio verso la Puglia, giunto a Spoleto, una notte nel dormiveglia sente una voce che lo interroga:«Chi può meglio giovarti: il Signore o il servo?». Egli rispose: «Il Signore». «E allora perché abbandoni il Signore per il servo e il Principe per il dipendente?» (FF 1492).

L’indomani Francesco decide di far ritorno ad Assisi e là aspetta che Dio gli riveli la sua volontà (FF 1401). Trascorre circa un anno nella solitudine, nella preghiera, nel servizio ai lebbrosi, fino a rinunciare pubblicamente, nel 1206, all’eredità paterna nelle mani del vescovo Guido e assumendo, di conseguenza, la condizione canonica di penitente volontario.

Francesco veste l’abito da eremita continuando a dedicarsi all’assistenza dei lebbrosi e al restauro materiale di alcune chiese in rovina del contado assisano dopo che a San Damiano aveva udito nuovamente la voce del Signore dirgli attraverso l’icona del Crocifisso: «Francesco va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina» (FF 593).
Quando le cose perdono il significato, la vita si riempie di paure, che si impadroniscono di noi e ci impediscono di sapere chi siamo. Allora, sorgono sentimenti che non conoscevamo e che annebbiano il nostro cammino: l’ansia di potere, il desiderio smodato di competizione, la tentazione dell’esclusione. La mancanza di significato diventa solitudine e la solitudine, trasformata in egoismo, ci impedisce di vedere chi siamo. Tuttavia, nel fondo del cuore umano sempre palpita il desiderio di Dio. (RFCap, 6)

"...affichè amiamo i nostri prossimi, come noi stessi, trascinando tutti con ogni nostro potere al tuo amore, godendo dei beni altrui come dei nostri e nei mali soffrendo insieme con loro e non recando nessuna offesa a nessuno." San Francesco (FF270)

L’uomo scopre chi è quando si pone in cammino. L’itineranza (il movimento all’esterno e all’interno, il contatto con altre persone, altre culture e altre idee) appartiene all’aspetto più profondo della condizione umana.
La regola di San Francesco
La regola e la vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità.
Nel 1208, attirati dal suo modo di vita, si associano a Francesco i primi compagni e con essi nel 1209 si reca a Roma per chiedere a Innocenzo III l’approvazione della loro forma di vita religiosa. Il Papa concede loro l’autorizzazione a predicare rimandando però a un secondo tempo l’approvazione della Regola: Andate con Dio, fratelli, e come Egli si degnerà ispirarvi, predicate a tutti la penitenza. Quando il Signore onnipotente vi farà crescere in numero e grazia, ritornerete lieti a dirmelo, ed io vi concederò con più sicurezza altri favori e uffici più importanti (FF 375).

Spinto dal desiderio di testimoniare Cristo nelle terre conquistate dall’Islam, Francesco tenta più volte di recarvisi. Finalmente nel 1219 raggiunge Damietta, in Egitto, dove, durante una tregua nei combattimenti della quinta crociata, viene ricevuto e protetto in persona dal Sultano al-Malik al-Kamil.
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Rientrato ad Assisi nel 1220 Francesco rinuncia al governo dei frati a favore di uno dei suoi primi seguaci: Pietro Cattani. Non rinuncia però ad esserne la guida spirituale come testimoniano i suoi scritti.

Il 30 maggio 1221 si radunò in Assisi il capitolo detto “delle stuoie” al quale parteciparono dai dai 3000 ai 5000 frati. Sii discusse il testo di una Regola da sottoporre all’approvazione della Curia romana e fu nominato frate Elia vicario generale al posto di Pietro Cattani, morto il 10 marzo di quell’anno.
La Regola (conosciuta come “Regola non bollata”) discussa e approvata dal capitolo del 1221 fu respinta dalla Curia romana perché troppo lunga e di carattere scarsamente giuridico. Dopo un processo di revisione del testo, al quale collaborò il cardinale Ugolino d’Ostia (il futuro papa Gregorio IX), il 29 novembre 1223 finalmente Onorio III approva con la bolla Solet annuere la Regola dell’Ordine dei Frati Minori (detta “Regola bollata”).
Nella notte del Natale del 1223, a Greccio, Francesco volle rievocare la nascita di Gesù. Per questo chiede a un certo Giovanni di precederlo e di preparare quanto aveva richiesto perché «vorrei fare memoria di quel Bambino che è nato a Betlemme, e in qualche modo intravedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello (FF 468). È da questo episodio che ebbe poi origine la tradizione del presepe.
San Francesco "circondava di un amore indicibile la Madre di Gesù, perché ella aveva reso fratello nostro il Signore della maestà. In suo onore cantava lodi particolari, innalzava preghiere, mostrava tanto e tale affetto, che lingua umana non potrebbe esprimere".
Dopo il capitolo di Pentecoste del 1224 Francesco si ritirò con frate Leone sul monte della Verna per celebrarvi una quaresima in onore di san Michele Arcangelo. Lì, la tradizione dice il 17 settembre, Francesco avrebbe avuto la visione del serafino, al termine della quale nelle sue mani e nei piedi cominciarono a comparire gli stessi segni dei chiodi che aveva appena visto in quel misterioso uomo crocifisso (FF 485). L’episodio è confermato dall’annotazione di frate Leone sulla chartula autografa di Francesco (attualmente conservata in un reliquiario presso il Sacro Convento di Assisi):
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Il beato Francesco due anni prima della sua morte fece nel “luogo” della Verna una quaresima a onore della beata Vergine Madre di Dio e del beato Michele Arcangelo … e scese su di lui la mando del Signore: dopo la visione e le parole del Serafino e l’impressione delle stimmate di Cristo nel suo corpo, fece queste lodi scritte … (FF p. 177). Nell’ultimo biennio della sua vita, Francesco compone il Cantico di frate sole (o Cantico delle creature). Sono anni questi in cui Francesco è sempre più tribolato dalla malattia (soffriva di gravi disturbi al fegato e di un tracoma agli occhi). Quando le sue condizioni si aggravarono in maniera definitiva Francesco viene riportato alla Porziuncola, dove muore nella notte fra il 3 e il 4 ottobre 1226. Il giorno seguente il suo corpo, dopo una sosta presso San Damiano, è portato in Assisi e sepolto nella chiesa di San Giorgio.
Seguire Gesù significa vivere come Lui visse: annunciando, stando sempre in cammino, il Regno di Dio. Il modello di vita itinerante ci radica in ciò che è fondamentale. La nostra tradizione francescana ci invita alla sequela di Cristo povero e nudo e ci fa scoprire che la povertà libera da ciò che è superfluo e la sua nudità ci introduce nel mistero della verità: Nudus nudum Christum sequi. (RFCap,8)
Papa Gregorio IX il 19 luglio 1228 lo canonizza e il 25 maggio del 1230 le sue spoglie mortali sono traslate dalla chiesa di San Giorgio all’attuale Basilica di San Francesco, fatta costruire celermente da frate Elia su incarico di Gregorio IX tra il 1228 e il 1230.

(tratto da http://www.cappuccinitriveneto.it)

 

Video coolegati alla tradizione francescana

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Giovanni il semplici

#Tu6bellezza

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LA BELLEZZA La forma di vita di Gesù è la bellezza più piena: la sua autenticità, la sua libertà interiore, le sue mani sempre aperte, i suoi occhi pieni di misericordia e di tenerezza. La sua è la vita più bella. (RFCap.,15)
Francesco ascolta il Vangelo e con esso legge la Creazione, libro della Vita, dove scopre il desiderio che Dio ha di entrare in relazione con tutte le creature. In ognuna di esse contempla i diversi modi nei quali Dio si fa presente e, insieme a loro, diviene testimone affascinato del Dio Creatore, al quale si rivolge esclamando: Tu sei bellezza. (RFCap., 16)

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